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Racconti di isolamenti artistici

26.03.2020 | ◼◼, ◼◼◼, cultura, per tutte le età

In questi giorni in cui siamo obbligati a rimanere in casa possiamo riflettere su alcuni artisti, performer, che hanno volontariamente deciso di mostrarsi chiusi all’interno di un ambiente per giorni o addirittura mesi, intenti a frenare lo scorrere quotidiano così come lo conosciamo da quando siamo nati, con la sua frenesia e i suoi ritmi scanditi. Se pensiamo all’arte come a quella parentesi che ci permette di esplorare un’altro mondo, un’altra realtà, di entrare in nuove dimensioni, possiamo comprendere meglio ciò che anche questi artisti-performer vogliono comunicarci; lo spazio e il tempo che si apprestano a vivere attraverso le loro azioni è differente da quello che siamo soliti sperimentare ed agendo in prima persona vogliono mostrarcelo.

Tra gli isolamenti più conosciuti troviamo quello dell’artista tedesco Joseph Beuys che si chiuse per tre giorni nella galleria di Renè Block a New York, avvolto in una coperta di feltro e in compagnia di un coyote al quale parlava e leggeva il giornale. Questa operazione è stata intitolata dall’artista “I like America and America likes me”. L’obiettivo dell’artista era quello di relazionarsi con l’animale simbolo delle origini americane, che dominava quei territori ancora prima dell’arrivo dei conquistatori del continente. Beuys, con questa azione, vuole ritornare all’origine e cercare di capire se potrebbe essere accettato da quel cittadino americano per eccellenza, il coyote appunto. Se volete sapere come sia andata a finire, beh l’animale inizialmente diffidava dell’uomo e mordeva il bastone o la coperta ma non lui. Beuys metteva a disposizione dell’animale ciotole di acqua e di cibo e piano piano entrambi si adattarono alla convivenza senza mai diventare aggressivi l’uno con l’altro dunque Beuys ne uscì indenne e accettato.

Un altro isolamento artistico è stato quello della performance di Marina Abramovich ed il compagno di vita e di lavoro Ulay, intitolata  “Nightsea Crossing”  e realizzata tra il 1981 e il 1987. Anche in questo caso si trattò di un’azione che prevedeva un’immobilità forzata e autoimposta da questi due artisti. Per sette ore e per sedici giorni consecutivi i due sedevano ai lati opposti di un tavolo rettangolare rimanendo il più possibile immobili. Uno dei punti chiave dell’azione era fare leva su consuetudini solitamente disprezzate dalla società occidentale: Il silenzio, il digiuno e l’inattività. Come andò a finire? In realtà Marina Abramovich riuscì a portare a termine l’azione mentre il compagno stremato dall’immobilità si alzò e non completò il progetto. Qui potete trovare l’intervista ai due artisti che ne parlano https://www.youtube.com/watch?v=ShrI1Qorhw4

Parecchi anni dopo è sempre la stessa Marina Abramovich che vuole riprovare a vivere un tempo e uno spazio diversi e che mette in scena al Moma, il museo di Arte Moderna di New York, “The artist is present”. L’obiettivo dell’azione questa volta era differente anche se le modalità fisiche erano simili a quelle della performance di cui abbiamo appena parlato. In questa occasione, lei, da sola, doveva rimanere seduta davanti ad un tavolo, in attesa di uno spettatore del museo. L’obiettivo era quello di essere presente come artista, non c’è più il quadro o l’opera che parla di te ma sei presente tu in quanto artista. La durata della performance è stata quella più lunga finora sperimentata, seduta sei giorni su sette, sette ore al giorno per tre mesi. L’unica azione che poteva svolgere era quella di osservare chi le si sedeva davanti e comunicare con lui solo attraverso lo sguardo. Anche in questo caso, questa modalità di vivere il tempo ha aperto la mente dell’artista a diverse considerazioni soprattutto relative alla relazione tra le persone, all’importanza di entrare in contatto con la propria fragilità per entrare poi in contatto con l’altro. Per i più curiosi qui il link al documentario nella versione di youtube https://www.youtube.com/watch?v=-0G8dvrtw5s

 

L’attività che ti proponiamo

Quale momento migliore di questo per sperimentare il potenziale di una reclusione forzata? In realtà l’esercizio che ti proponiamo è quello di utilizzare questo tempo per scoprire ciò che più ti interessa, ciò che ti appassiona e per sperimentare come la tua fantasia possa far nascere qualcosa, qualsiasi cosa, da un momento di immobilità. Vuoi scrivere qualche riflessione in merito? Perché no, ci piacerebbe moltissimo poterla leggere e scoprire in quale opera d’arte stai convertendo il tuo tempo prezioso.

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